A Busca la fotografia inedita di Mario Maffei celebra il grande Cinema Italiano: l’epopea di Monicelli e Cardinale a Casa Francotto

Dal 24 aprile al 2 giugno, la mostra “Negativi Dimenticati” svela 50 scatti di backstage mai visti prima realizzato da Mario Maffei, aiuto regista dei due film. Un viaggio tra le icone del Neorealismo: da Alberto Sordi e Vittorio Gassman a Claudia Cardinale.

BUSCA (CN) – Un tesoro rimasto per decenni nel silenzio dei cassetti riemerge a Busca. Casa Francotto inaugura la stagione espositiva con la mostra fotografica “Negativi Dimenticati”, una raccolta di cinquanta scatti inediti realizzati da Mario Maffei sui set di due capolavori degli anni Sessanta: “La Ragazza con la valigia” di Valerio Zurlini, con la splendida Claudia Cardinale, e “La Grande Guerra” di Mario Monicelli, con gli iconici Vittorio Gassman e Alberto Sordi.

L’esposizione, curata da Stefano Maffei, figlio di Mario Maffei, Lucia Baldini e Bruno Murialdo, non è solo una rassegna cinematografica, ma un recupero antropologico di un’umanità cristallizzata. Ad accogliere i visitatori sarà un’intervista video a Stefano Maffei, che introdurrà il pubblico alla storia di questi scatti salvati dall’oblio. Le immagini, catturate in un bianco e nero “vero e analogico”, portano i segni del loro vissuto: graffi e cicatrici del tempo che, come spiega la curatrice Lucia Baldini, trasformano la pellicola in una meta-memoria. “Questi sali d’argento raccontano un’umanità fatta di genialità e forza narrativa, pur portando addosso i segni dell’umidità e del silenzio degli armadi. È un piccolo tesoro che sfida l’oblio”.  Il percorso espositivo stimola tutti i sensi: oltre alla forza visiva delle foto di scena, le sale della Galleria saranno pervase dalle colonne sonore originali dei film, trasformando la visita in un autentico viaggio nel tempo nell’epopea d’oro del cinema italiano.

Con ‘Negativi Dimenticati’ portiamo a Busca un’operazione culturale di altissimo profilo,” dichiara l’assessore alla Cultura Lucia Rosso. “Non stiamo solo esponendo delle fotografie, ma stiamo restituendo alla comunità un frammento prezioso della nostra identità cinematografica nazionale. Questa mostra dimostra come Casa Francotto sia diventata un punto di riferimento capace di far dialogare la memoria storica con l’emozione del presente. Invitiamo tutti, dai grandi appassionati alle nuove generazioni, a lasciarsi suggestionare da questi scatti che, nonostante il lungo silenzio nei cassetti, parlano oggi con una forza visiva e umana straordinaria.”

“Siamo felici – afferma Livio Allisiardi, presidente di Monviso Arte – di presentare, in collaborazione con il Comune di Busca, questo evento espositivo originale e unico. Sarà il primo degli appuntamenti della stagione 2026 che offriamo agli appassionati della fotografia analogica e del cinema. A breve presenteremo, come da tradizione, una serie di eventi collaterali alla mostra per far conoscere il nostro territorio”.

SCHEDA INFORMATIVA

  • Titolo: Negativi Dimenticati
  • Dove: Casa Francotto, Busca (Cuneo)
  • Periodo: 24 aprile – 2 giugno 2026
  • Organizzazione: Monviso Arte Aps e Comune di Busca
  • Curatori: Stefano Maffei, Lucia Baldini, Bruno Murialdo
  • Direzione artistica: Cinzia Tesio
  • Segreteria e Comunicazione: Alessia Tallone, Luca Gosso

ORARI DI APERTURA

  • Venerdì: 15:30 – 18:30
  • Sabato: 10:00 – 12:00 | 15:30 – 18:30
  • Domenica: 10:00 – 12:00 | 14:30 – 18:30

BIGLIETTERIA

  • Intero: 7 euro
  • Ridotto: 5 euro (over 65, ragazzi dai 16 ai 25 anni, forze dell’ordine, accompagnatori di persone con disabilità, insegnanti, studenti universitari, residenti di Cherasco)
  • Gratuito: possessori tessera Abbonamento Musei, ragazzi under 16, residenti di Busca, persone con disabilità, giornalisti iscritti all’albo, guide e accompagnatori turistici
  • Eventuali EVENTI COLLATERALI (mostra + evento) 10 euro (NON sono previste riduzioni per questioni organizzative)

CONTATTI E INFO

  • Email: info@casafrancotto.it
  • Telefono: +39 371 5420603

Che era Mario Maffei

Mario Maffei (1918-2001), viareggino di nascita, ma romano di esistenza, ha attraversato il mondo del cinema e del teatro negli anni che vanno a cavallo tra il 1936 e il 1991. Sessant’anni in cui ha lavorato come sceneggiatore, attore, regista, aiuto regista. Esordisce nel cinema nel film Pioggia d’estate diretto da Mario Monicelli.  Nel corso della seconda guerra mondiale si occupa prevalentemente di cinema documentario, tornando poi all’attività di fiction al termine, esordendo come attore nel 1947, con la partecipazione ai film Tombolo, paradiso nero, e Le avventure di Pinocchio. Tra il 1963 e il 1969 ha svolto il ruolo di regista in tre lungometraggi e in una serie di cortometraggi. Il suo primo film è stato un adattamento dal romanzo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, nel 1964.[2] Citato in alcune circostanze come produttore esecutivo, ha ricoperto questo ruolo prevalentemente negli anni ’60. Il risultato più ragguardevole nella sua carriera di produttore è stato il film documentario Mondo cane 2.  Con Monicelli ha collaborato in nove film, tra i quali due capolavori del cinema italiano, “I Soliti Ignoti” nel 1958, e “La Grande Guerra” nel 1960. Forse, il commento più bello sulle qualità professionali di Mario Maffei lo dobbiamo proprio a Mario Monicelli. In una intervista concessa a “L’Unità” nel 1995, il grande regista, romano di nascita e viareggino di adozione, dopo aver rivisto in pubblico “La Grande Guerra”, alla domanda del giornalista “Cos’altro in particolare l’ha colpita rivedendolo?”, rispose: “Per esempio tutti i ‘fondi, che poi curava Mario Maffei. Se uno ci fa caso, in ogni inquadratura della Grande Guerra c’è sempre qualcos’altro che accade ‘dietro’ la scena principale. Sono ‘fondi’ nei quali succede un’iradiddio, gente che cammina, soldati che sfilano, giovani che passano la visita… tutti manovrati da Maffei. Posso dire che c’era una vera e propria regia solo per i fondi”.

“La ragazza con la valigia”

è un film del 1961 diretto da Valerio Zurlini, presentato al Festival di Cannes.

Ha ricevuto ai David di Donatello un David speciale per la migliore interpretazione femminile di Claudia Cardinale

Due sono essenzialmente le linee tematiche che La ragazza con la valigia si premura di narrare: da una parte c’è la perenne ed illusoria speranza di Aida, dall’altra l’educazione sentimentale del sedicenne Lorenzo. Aida è una ragazza che aspira nel senso più completo ed universale del termine, perché tende a voler raggiungere dapprima un amore che non mostra alcuno spessore (la seduzione operata da Marcello, che l’abbaglia con il suo piglio disinvolto e la macchina sportiva), poi tenta di rincorrere una vita migliore di quella che conduce assecondando, come ha già fatto nel suo passato, le mire a sfondo sessuale di tre imprenditori in gita fuori porta, successivamente prova inutilmente a recuperare il suo posto di cantante di orchestra a Riccione e, subito dopo, accetta le avances di un bellimbusto che sostiene di essere un regista in grado di farle fare carriera. La costante di Aida è la frustrazione di qualunque tipo di intenzione e la disillusione di qualsiasi aspirazione, perché l’amore fugge con l’auto sportiva di Marcello, la possibilità di migliorare la propria vita si scontra sempre con il desiderio altrui di approfittare della sua bellezza e della sua buona fede, ed anche il principio di sentimento con Lorenzo si mostra impossibile a causa della differenza sociale, ma anche, e soprattutto, per colpa della giovane età del ragazzo (senza contare l’estrema frustrazione, ammessa nell’incontro con Lorenzo durante il pranzo alla stazione seguito alla fuga di Piero, dell’essere madre di un bambino che la ragazza vede non troppo spesso). Aida è destinata a rimanere sola con le sue aspirazioni bruciate, così come Zurlini sottolinea significativamente in apertura e chiusura di film con due inquadrature esemplari: la prima che mostra la valigia, vero oggetto-attributo della ragazza perché rende simbolicamente conto del carico di illusioni che la giovane porta costantemente con sé, abbandonata all’interno di un garage-officina da Marcello in fuga; la seconda invece che raffigura il lento e mesto movimento di Aida all’uscita dalla stazione verso l’obiettivo della macchina da presa, lasciata in perfetta solitudine da Lorenzo con un cospicuo gruzzolo di denaro che, in pratica, le conferisce ambiguamente un arido prezzo quasi a titolo di risarcimento.

Sull’altro versante della vicenda si inserisce Lorenzo, con la sua giovane età e la sua consequenziale educazione sentimentale. Colpito dall’avvenenza della ragazza, alla quale, incalzato dal fratello, sta raccontando di non conoscere colui che Aida disperatamente cerca, Lorenzo vive la sua passione sentimentale come se fosse una situazione dettata dalla morale, al punto da chiedere consiglio al suo sacerdote insegnante se una persona debba ritenersi responsabile delle malefatte compiute da un fratello maggiore. Etica e amore coesistono nel percorso affettivo compiuto dal sedicenne Lorenzo, adolescente e studioso, educato e pacato, quasi un anacronistico cavaliere medievale ammantato di purezza, pronto a difendere la pulzella amata da qualunque bruttura (si pensi alla volontà di ‘insegnare l’educazione’ ad uno dei tre imprenditori nel corso della serata danzante all’hotel, preludio della zuffa avvenuta a Riccione con il ciarlatanesco regista che insidia Aida), preservandola dalle delusioni che possono scaturire dai vari incontri fatti dalla ragazza (basti pensare allo stretto, quasi asfissiante controllo che il giovane opera nei confronti di Aida alla stazione di Parma per verificare che l’appena arrivato Piero non turbi l’equilibrio della ragazza al punto da indurla a partire). Lorenzo, nonostante il suo coraggio e la sua volontà, è un candido in balìa della malizia e della volontà degli adulti, i quali non si esimono dal trattarlo come tale (i sarcastici commenti dei tre imprenditori nei confronti di quello che pensano sia il cugino della loro preda, oppure lo schiaffo della zia al ritorno a casa ubriaco, oppure ancora l’intervento di don Pietro che convince Aida ad allontanarsi da quello che una volta era un ragazzo studioso e di sani principi). Di conseguenza il percorso compiuto dal giovane si segnala come un tragitto contrassegnato da stazioni successive che lo conducono all’espressione vera e propria del sentimento avvenuto sulla spiaggia di Riccione, ma inesorabilmente condannato dalla volontà altrui ad una fine obbligata, nonostante l’intensità dell’affetto provato.

Giampiero Frasca

“La grande guerra” 

(Italia/Francia 1959, bianco e nero, 135m); regia: Mario Monicelli; sceneggiatura: Age e Scarpelli, Luciano Vincenzoni, Mario Monicelli; fotografia: Giuseppe Rotunno, Leonida Barboni, Roberto Gerardi; montaggio: Adriana Novelli; scenografia: Mario Garbuglia; costumi: Danilo Donati; musica: Nino Rota.

La Prima guerra mondiale – combattuta per porre la parola fine a tutte le guerre – è ancora, dopo più d’un paio di altre guerre, la più memorabile guerra cinematografica: per la sua grandezza, per l’insensata mattanza che sembrò togliere ogni significato alla vita umana, per la novità delle tecnologie militari. Dopo Vidor, Wellmann, Barnet, Renoir, Hawks, Pabst, Milestone e qualche altro, tutto sembrava essere stato detto. Tranne quel che una trinità composta da Mario Monicelli, dalla commedia italiana e dal CinemaScope poteva portare di nuovo alle immagini, e dunque al tema. La grande guerra è, tra le altre cose, un film impossibile da classificare. È un tardo fratello di Shoulder Arms; l’immediatezza chapliniana sostituita da una visione sorprendentemente oggettiva, che riesce a evocare tutto quel che film più cupi e analitici ci avevano mostrato – restando allo stesso tempo una grande farsa, e una ribalta per il genio di Sordi e Gassman. (Gli spettatori stranieri hanno purtroppo un’idea incompleta degli straordinari film che in questi anni affrontano trasversalmente la storia italiana, da Una vita difficile di Risi a Tutti a casa di Comencini, portatori della stessa felice combinazione di racconto epico e di ironia). La più grande, la più sublime prova d’ironia arriva nel finale della Grande guerra, quando gli antieroi sono catturati, viene loro offerta la possibilità di salvarsi se passeranno informazioni al nemico, e i due rifiutano. Nel poco tempo che rimane loro, diventano persone nuove, e veri cittadini, per la prima volta; capaci d’un gesto di nobiltà e coraggio. Monicelli ha sempre sostenuto che il suo film è antieroico, non antipatriottico – un film contro la retorica ufficiale del paese che ha combattuto eroicamente riportando vittorie immortali. Mentre quella guerra aveva spazzato via milioni di individui, senza che nulla restasse dei loro volti e dei loro nomi, qui troviamo – al di là degli snodi farseschi – gli esseri umani e il loro valore. La Grande guerra raccontata dal punto di vista dei soldati semplici – quei poveri diavoli che venivano trascinati sui campi di battaglia. […] Portavano con sé, in una situazione eccezionale e perlopiù incomprensibile, un bagaglio di vita difficilmente alienabile. Non c’era in loro niente di retorico, facevano una guerra e combattevano, come avrebbero fatto qualsiasi altra cosa. Insomma, il film è l’avventura di una massa amorfa di uomini che per quattro anni va avanti a combattere una guerra assurda”. Dato il successo immediato (Leone d’Oro a Venezia, ex aequo con Il generale Della Rovere di Rossellini), è facile perdere di vista il rischio e la scommessa che la produzione del film rappresentò all’epoca. La commedia italiana era già nel pieno del suo vigore, con il suo rifiuto delle regole di gusto e dei tabù; tuttavia, un film antieroico sulla Guerra delle Guerre era ancora un atto oltraggioso. Fare La Grande guerra fu un poderoso gesto civile; farlo in modo così ispirato (lo stesso uso del CinemaScope e del suono sono assolutamente inventivi) sollevò Monicelli fino all’olimpo dei grandi registi italiani.

Peter von Bagh

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